Cenni storici capitolo 2

Sebbene solo recentemente si senta parlare di stampa 3D le sue origini sono da farsi risalire agli anni Ottanta. Difatti è proprio in questi anni che Charles Hull, fondatore e vicepresidente della 3D Systems, ottiene una serie di brevetti in materia. Il primo a essere registrato risale al1986 e riguarda la stereolitografia (SLA o SL) che come spiega Maietta (2014, p 19) è: “ un metodo per creare oggetti solidi fissando e indurendo, uno sopra l’altro, strati sottili di resine composte da fotopolimeri, materiali che cambiano le proprie proprietà quando sottoposti alla luce ultravioletta.” Un altro brevetto conseguito dallo stesso Hull ha per oggetto il formato di file utilizzato, chiamato STL (Standard Tasselation Language), che permette di approssimare un oggetto tridimensionale in una serie di triangoli adiacenti coprenti un intero spazio.

Una serie di tecnologie additive ( nei prossimi capitoli) sono state sviluppate intorno agli stessi anni, le due più importante sono: la Selective Laser Sintering (SLS) e la Fused Deposition Model (FDM), brevettate rispettivamente nel 1986 e 1988.

Tuttavia nei suoi primi anni di vita la stampa 3D non ha avuto una grande diffusione a causa degli elevatissimi costi di utilizzo, all’opposto i brevetti scaduti e la filosofia open source sempre più diffusa hanno contribuito a una maggiore visibilità e adozione.

Nel 2005 il britannico Adrian Bowyer, professore d’ingegneria meccanica all’Università di Bath, lancia il progetto RepRap con l’obiettivo di costruire una macchina in grado sia di produrre oggetti di plastica sia di riprodurre se stessa utilizzando la tecnologia FDM, il cui brevetto firmato da Scott Crump è scaduto nel 2005. Per contenere i costi, il professore pensa di adoperare materiali facilmente reperibili e in aggiunta pubblica tutte le informazioni necessarie alla costruzione in un sito a libero accesso. Questa idea ha incentivato molti esperti e start-up con le competenze necessarie a proporre kit di assemblaggio di stampanti a costi contenuti (mai superiori a 500$), spesso trovando i finanziamenti necessari nel sito di crowdfunding americano Kickstarter.

Un altro passaggio fondamentale avviene nel 2007 quando Bre Pettis, Adama Mayer e Zach Smith fondano a New York un hackerspace con lo scopo di scambiare idee e sperimentare servendosi di software e altre macchine rapide. L’idea del gruppo è dunque quella di uno

strumento che semplifichi e migliori il predecessore RepRap mantenendone le caratteristiche di base (opensource, prototipazione rapida, bassi costi). Il modello finale, presentato nel 2009 alla fiera di Austin con il nome di Cupcake CNC, ha un successo tale che i tre ideatori fondano una società, Makerbot, e iniziano a produrre kit, con un primo ordine di 3.500 unità. Negli anni successivi il fenomeno continua a crescere e nuovi modelli sono proposti al pubblico, grazie anche al supporto della comunità che nasce intorno al blog, fino al 2013 quando Stratasys compra la società per 400$ milioni.

Recentemente la competizione ha cominciato a farsi sentire anche in questo settore cosicché sono comparsi servizi di stampa online che permettono alle persone senza le adeguate competenze tecniche e che non vogliono sostenere un investimento iniziale di creare un modello 3D, farselo stampare e spedire, due esempi sono Shapeways e i.mateialise nati nel 2007 e 2011. Gli utenti possono anche realizzare modelli da condividere nel sito, ricevendo poi una percentuale del prezzo di vendita nel caso in cui qualche altro utente li voglia acquistare (si veda Cassarà, 2014).

Un altro fenomeno di recente diffusione collegato alla manifattura additiva è quello dei FabLab (fabrication laboratories) la cui storia ha origine in America presso il Center of Bits and Atoms del Massachusetts Istitute of Tecnology. Nel 2001 il professor Neil Gershenfeld ha dapprima istituito un corso sui temi del desktop manufacturing e della fabbricazione personale e poi, visto il grande afflusso di studenti, ha coordinato il primo FabLab della storia. A differenza degli altri spazi condivisi, hackerspace e makerspace, Cassarà (2014) ricorda che ogni fabrication laboratory deve essere dotato di un set minimo di strumenti, tra i quali una stampante 3D, e deve firmare e rispettare una lista di principi (FabCharter) stilata dal Fab Foundation, affinché sia possibile realizzare lo stesso progetto in qualsiasi laboratorio nel mondo. Sebbene la vendita di questi progetti sia possibile sotto specifiche condizione di copyright, le attività principali devono restare la progettazione aperta e la diffusione della cultura di fabbricazione personale. Appare perciò evidente, data la loro struttura e organizzazione, che essi non possano sostituire completamente la produzione di massa, tuttalpiù possono essere gli incubatori delle innovazioni nel futuro.

al prossimo capitolo